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La rivoluzione cinese delle rinnovabili rimodella i mercati e la politica

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La rivoluzione cinese delle rinnovabili rimodella i mercati e la politica

In meno di un decennio la Cina ha trasformato il sole e il vento nel nuovo petrolio del mondo. Ora esporta energia pulita, tecnologie e potere, ridefinendo la geopolitica globale un pannello alla volta: il più grande produttore mondiale ora ha interesse a che il mondo decarbonizzi

C’è un nuovo tipo di superpotenza che si sta affermando sullo scenario globale. Non si misura in testate nucleari, né in confini militari: la sua influenza si propaga lungo cavi elettrici, reti di trasmissione e catene di fornitura. È la Cina dell’energia pulita — un Paese che sta ridefinendo i rapporti di forza economici, industriali e geopolitici del XXI secolo.

Alla fine del 2024, la Repubblica Popolare contava 887 gigawatt di capacità fotovoltaica installata, quasi il doppio della somma di Europa e Stati Uniti. Una cifra che da sola racconta la portata della trasformazione: i 22 milioni di tonnellate di acciaio impiegati per costruire le nuove turbine e i pannelli basterebbero a realizzare un Golden Gate Bridge ogni giorno lavorativo dell’anno. Nel complesso, nel 2024 la Cina ha generato 1.826 terawattora di energia eolica e solare — cinque volte l’energia racchiusa nel suo intero arsenale nucleare.

Un nuovo tipo di superpotenza

Durante la Guerra Fredda, la forza di una nazione si misurava in armi e deterrenza. Oggi, la combinazione tra capacità produttiva industriale e fame di elettricità sta creando una forma di potenza diversa: una potenza che esporta elettricità pulita, tecnologie e infrastrutture su scala planetaria.

La Cina non si limita a soddisfare la propria domanda interna — che rappresenta da sola un terzo dell’elettricità mondiale — ma alimenta un ciclo virtuoso di domanda, efficienza e riduzione dei costi che sta rivoluzionando i mercati globali. I sussidi statali che avevano innescato questa corsa oggi non servono più: la filiera ha raggiunto una maturità industriale tale da rendere l’energia solare ed eolica più economiche di carbone e gas naturale.

Decarbonizzazione su scala globale

Per molti Paesi, il principale ostacolo alla decarbonizzazione è sempre stato l’accesso a tecnologie accessibili. È proprio qui che la Cina sta spostando gli equilibri. Oggi è in grado di produrre quasi un terawatt di capacità rinnovabile ogni anno — l’equivalente energetico di oltre 300 grandi centrali nucleari — e di esportare questi sistemi in tutto il mondo a costi inarrivabili per qualsiasi concorrente.

Non sorprende quindi che Pechino abbia superato o stia per superare la maggior parte degli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi. E mentre il trentesimo vertice COP si prepara ad affrontare nuove sfide globali, le promesse cinesi — raddoppiare la capacità rinnovabile e ridurre in modo misurabile le emissioni entro il 2035 — si stagliano come un punto di riferimento difficilmente eguagliabile.

L’export della rivoluzione

L’impatto più dirompente, tuttavia, è quello proiettato all’esterno. L’export di tecnologie verdi — dai pannelli solari ai sistemi di accumulo — frutta oggi a Pechino più di quanto gli Stati Uniti ottengano dalle esportazioni di combustibili fossili.
E mentre in Europa l’industria energetica soffre e negli Stati Uniti la politica rallenta la transizione, nei Paesi in via di sviluppo la penetrazione delle rinnovabili cinesi sta trasformando l’accesso all’energia. Laddove un tempo c’erano blackout e inquinamento, oggi sorgono impianti fotovoltaici modulari e microreti alimentate dal sole.

Il motore di questo cambiamento non è solo ideologico: è interesse strategico. Diffondere tecnologie pulite significa ridurre il rischio climatico globale, che colpirebbe la stessa Cina, ma anche consolidare un primato economico e tecnologico destinato a durare. Gli incentivi climatici e quelli industriali, un tempo separati, oggi convergono perfettamente nelle strategie economiche della Cina.

L’ombra del carbone e le paure dell’Occidente

Resta però un’ambiguità. Mentre la Cina investe in rinnovabili con un’intensità senza precedenti, continua a consumare carbone per garantire stabilità alla propria rete elettrica. La transizione, dunque, non è ancora completa.
E sul piano internazionale permangono le preoccupazioni legate alla dipendenza tecnologica: un mondo alimentato da componenti e infrastrutture cinesi deve fare i conti con una superpotenza autoritaria, che controlla gran parte delle terre rare e delle materie prime critiche per la produzione energetica.

Tuttavia, la natura delle tecnologie rinnovabili — decentralizzate, autonome, difficilmente “arma-bili” — riduce i timori di ricatto geopolitico che hanno accompagnato l’era dei combustibili fossili. Un impianto solare, una volta installato, produce energia indipendentemente dalla volontà del suo produttore.

Un futuro illuminato dal sole

La prospettiva è chiara: anche se l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C è ormai sfumato, le energie solare ed eolica rappresentano la migliore speranza di stabilizzare il clima e garantire sviluppo sostenibile a miliardi di persone.

Che si guardi alla questione da un punto di vista ambientale, economico o politico, l’esito è lo stesso: il mondo ha bisogno della rivoluzione energetica cinese. La sfida, per tutti gli altri, sarà capire come farne parte, senza restarne dipendenti.

Fonte The Economist (articolo in inglese): China’s clean-energy revolution will reshape markets and politics

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